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La coltivazione del violetto e dello spinoso, i carciofi di Sicilia. |
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Pagina 1 di 9 Il carciofo, dall’arabo kharshuf, è una pianta erbacea perenne dal nome scientifico Cynara cardunculus varietà Scolimus di cui l’Italia, con oltre il 35% della produzione mondiale, rappresenta il 1° paese produttore grazie alle tantissime varietà presenti nei diversi areali della penisola (romanesco, siciliano, ecc...). Fonte di cellulosa e di fibra, il carciofo è ricco di potassio e sali di ferro mentre ha uno scarso contenuto vitaminico. Contiene inoltre un principio attivo, la cinarina (che viene inattivato dalla cottura), che favorisce la diuresi e la secrezione biliare. Di solito se ne mangiano il fiore e le brattee (comunemente dette foglie) dopo avere eliminato quelle esterne.
Le vere foglie sono invece quelle attaccate al gambo e non sono utilizzate a scopo alimentare. I carciofi sono considerati i protettori del fegato, anche se in realtà i principi attivi sono contenuti nelle foglie che solitamente non vengono mangiate.
I carciofi coltivati in Sicilia sono di diverse varietà, in particolare si coltivano, il violetto di Sicilia (o catanese) e lo spinoso palermitano, così denominati dalle zone entro le quali sono più diffusamente coltivati, anche se le medesime produzioni sono presenti in tutto
il territorio della nostra Regione e, in provincia di Messina, particolarmente nella piana di Mojo e nel Milazzese.
Al di là di questi riferimenti geografici, il carciofo merita notevole attenzione per le qualità organolettiche, dietetiche e le proprietà terapeutiche che possiede, che ne fanno una delle merci più apprezzate da chi li acquista presso fruttivendoli o supermercati singoli o
nel classico “mazzu” da 25 capolini, proprio per gli effetti benefici per la salute umana conseguenti al loro consumo.
Fin dall’epoca romana, il carciofo era molto conosciuto ed usato a scopo medicamentoso, specie in caso di disturbi di fegato per regolare il flusso della bile (grazie alla cinerina presente nelle foglie e nel caule) come diuretico, per sanare alcune malattie della pelle ed infine come descritto nel “ De Re Rustica di Columella” le venivano attribuite azioni “Venerem Stimulat”...
Il carciofo , dopo il pomodoro, è la coltura più diffusa in Italia; può essere annuale o poliennale in coltura specializzata o, come avviene talvolta in Puglia, consociato ai fruttiferi o all’olivo. Richiede clima mite e può essere coltivato anche in bassa collina pur risentendo di un certo ritardo nella produzione dei capolini.
È una pianta a rizoma sotterraneo; può raggiungere l’altezza di 1,20-1,30 m. Il fusto è eretto e termina in un capolino, di peso variabile da 150 ad oltre 400 g, costituito da un ricettacolo carnoso (parte edule) e da molte brattee di colore verde o violetto che possono anche terminare con una spina nelle cultivar spinose. Dopo la formazione del capolino principale, il fusto si ramifica in maniera dicotomica e produce, in sequenza, 6-7 capolini di 2° e 3° ordine che costituiscono prodotto commerciabile per il mercato fresco. I capolini di più modeste dimensioni vengono destinati all’industria conserviera.
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