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E’ l’Olanda il numero uno della fungicoltura Europea. In Francia i primi passi sono stati fatti già nel 1600, mentre da noi la produzione “di massa” ha avuto inizio negli anni ’60. D’allora la domanda di funghi è in crescita, così come le attività legate alla loro coltivazione. «Per iniziare con il piede giusto- afferma Giuseppe Lanzi, ricercatore e consulente che si occupa di coltivazione di funghi da 35 anni- è opportuno rivolgersi a un tecnico specializzato che sappia consigliare il tipo di coltivazione, i migliori canali di commercializzazione e dove reperire le attrezzature e le materie prime necessarie».
I funghi coltivati nascono su substrati di coltura, chiamati anche composto: un mix di paglia di grano, crusca, gesso, acqua, a volte letame equino, dove vengono inoculati i miceli dei funghi (cioè il seme). La maggior parte delle fungaie di piccole-medie dimensioni, anziché farsi in casa il substrato, lo compra da ditte specializzate già inoculato e incubato, sottoposto cioè alla prima fase di maturazione. «Costa circa il 20% in più, ma così i funghi nascono prima (dopo 10-20 giorni a seconda delle specie, anziché 45) e non si deve acquistare tutta l’attrezzatura necessaria» afferma Oriano Borghi, fondatore dell’azienda agricola Funghi Valentina a Minerbio in provincia di Bologna (tel. 051/879760, www.funghivalentina.it) che produce champignon di qualità. Ma quali funghi coltivare? Tra i più diffusi, il Prataiolo (champignon) fa quasi l’80% della produzione nazionale e il Pleurotus ostreatus (orecchietta o gelone) con una quota intorno al 20%. Vi sono poi altre specie minori come il Pioppino, il Cardoncello, la Cornucopia. Diamo i numeri (dati all’anno) 90.000 i quintali di prataioli coltivati all’anno 25-30.000 i quintali di pleurotus (dati a serra) 15.000-20.000 Kg, la produzione di Pleurotus 35-40.000 kg, la produzione di Prataiolo a 3 letti (dati a serra) 2,3-2,5 €/Kg il prezzo medio del Prataiolo 2 €/Kg il prezzo medio del Pleurotus La burocrazia La coltivazione dei funghi, come tutte le attività agricole, è regolata dalla Legge 126/1985 che ne fissa anche le specie coltivabili. Ad attività avviata sono tante le semplificazioni burocratiche e contabili per la gestione e il fisco non è “opprimente”. Ma per avviare l’attività, oltre alla costituzione dell’azienda agricola, bisogna avere: - Autorizzazione edilizia (ben più agevole per serre-fungaia che per edifici in muratura); - Autorizzazione sanitaria da richiedere alla ASL per i locali di confezionamento ed eventuale trasformazione; - HACCP per l’igiene degli alimenti; - Certificazione e tracciabilità della filiera alimentare; - Confezionamento ed etichettatura a norma UE. Chi ti finanzia Numerose sono le possibilità di contributi a fondo perduto e finanziamenti a tasso agevolato, non solo per la realizzazione delle fungaie ma anche per comprare il terreno, specie se in aree marginali o abbandonate. Si tratta per lo più di fondi UE, attraverso leggi regionali - al Sud sono davvero molte – e il Piano di Sviluppo Rurale 2007-2013 che entrerà in vigore il nuovo anno e che ha in cantiere consistenti finanziamenti per agevolare l’insediamento di giovani agricoltori. Per informazioni, rivolgersi all’Assessorato all’Agricoltura della propria Regione. La coltivazione del Pleurotus Chi non ha grosse cifre da spendere o è alla ricerca di un reddito integrativo, può coltivare il Pleurotus. L’habitat giusto è infatti fondamentale per il successo dell’attività. Conferma Giuseppe Lanzi: «Fare funghi è facile, più difficile farne tanti da guadagnare. Fondamentale l’ambiente. Temperature e umidità devono essere controllate e programmate, ci vuole areazione e per il pleurotus quel tanto di luce». I locali di coltura possono essere edifici in muratura (stalle, pollai, grandi magazzini…), costruiti ex-novo o adeguatamente ristrutturati, ma i più diffusi sono serre-fungaia con testate e copertura in vetroresina, isolate con materassini di lana di vetro. Al Sud, dove il clima è temperato e minori gli sbalzi termici, il Pleurotus e il Cardoncello vengono fatti crescere anche sotto semplici reti ombreggianti con film in plastica. Per evitare che la produzione fungina sia in balìa delle condizioni climatiche esterne, le fungaie “professionali” hanno impianto di climatizzazione e umidificazione gestiti elettronicamente dal computer. Il Pleurotus spunta direttamente sui blocchi di substrato. «Se tutto funziona, una serra fa almeno 15-20.000 chili di funghi l’anno, su tre cicli» sostiene il dottor Guerrera, direttore commerciale della Saipan, azienda campana di vendita di composti (tel. 089 461606, www.micopan.com). Ogni ciclo produttivo si articola in più volate (le gettate dei funghi) che avvengono a distanza di 8-10 giorni l’una dall’altra coprendo in totale un arco di 70-100 giornate. «Considerato un prezzo medio di 1,5-2 euro al chilo del mercato all’ingrosso- continua Guerrera- una serra di Pleurotus permette di fare ricavi anche per 25.000 euro». A chi vendere? «La produttività di ciascuna serra è alta - afferma Oriano Borghi- Così anche chi ha solo poche serre è obbligato a vendere all’ingrosso a mercati ortofrutticoli, grossisti, grande distribuzione. Tuttavia, su quello che si vende direttamente al pubblico o ai ristoratori si guadagna di più. Per non competere con chi vende all’ingrosso, c’è comunque l’alternativa di attrezzarsi per svolgere in loco le lavorazioni per la produzione di funghi sott’olio, sughi, creme. E i costi? Dipende da quante serre si fanno. Un fungicoltore per avere garanzia di produzione giornaliera costante nel corso dell’anno deve avere almeno 10-15 serre di pleurotus. «Una serra climatizzata, 8 metri x 30 in vetroresina, parte dai 10.000 euro» dichiara Giuseppe Lanzi «oltre a pavimentazione, impianto elettrico ed idrico. Spese non da poco anche sul versante delle utenze: energia elettrica, gas/metano per il riscaldamento, acqua per le bagnature (i funghi sono per il 90% acqua)…In più, i costi di imballaggio per cassette di legno, plastica o involucri biocompatibili ed il confezionamento (se lo si fa in loco) in vassoi e cartoni per la vendita al pubblico. Aggiunge Oriano Borghi: «Occhio anche alla manodopera: nelle tante aziende nostrane che raccolgono a mano incide anche per il 30% dei ricavi. Oltretutto si fa fatica a trovarla perché la mattina si inizia a lavorare presto». La coltivazione del Prataiolo Per cimentarsi con questo tipo di fungo bisogna mettere in conto un investimento di rilievo per un’attività agricola che richiede meccanizzazione e personale. I Prataioli, infatti, hanno bisogno di strutture di sostegno chiamati “letti” a 3 o a 5 piani (10 mila euro l’uno), che raggiungono i 3 metri di altezza, che possono avere sistemi meccanizzati di riempimento e svuotamento dal composto e di taglio e raccolta. Il prataiolo a 3 letti fa i mediamente 35-40.000 chili di funghi per serra su 5 cicli, per un totale di 70-100.000 euro l’anno, calcolando su prezzi medi di 2-2,5 euro al chilo. Un fungicoltore per avere garanzia di produzione giornaliera costante nel corso dell’anno deve avere almeno 7-8 serre di prataioli. Più serre si hanno, maggiori saranno le quantità prodotte. Il che non significa solo più ricavi ma soprattutto, programmando con intelligenza i cicli di produzione, si riesce a essere sempre presenti sui mercati di sbocco e a dettar legge nelle trattative. Altrimenti, per chi non ha un nome e un mercato stabile di riferimento, i prezzi sono molto altalenanti e più difficilmente remunerativi. Alla fin dei conti, il guadagno lordo che resta è fino al 15-20% del fatturato. Un’azienda con una ventina di serre di champignon (a 3 letti) può fatturare più di 1,5 milioni di euro. Ma spesso la produzione dipende dalle annate e le piante si possono ammalare. Per saperne di più L’associazione di categoria AIF- Associazione Italiani Fungicoltori Verona, Tel. 045.86.222.86 www.fun.go.it - Email:
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