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Mesothelioma primo caso in Sicilia in operaio dei cantieri navali |
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I tumori, come è noto, si realizzano per l’intervento e il concorso di svariati fattori sia ambientali che genetici e devono quindi essere considerati malattie ad etiologia multifattoriale così come altre patologie a carattere cronico-degenerativo (cardiovasculopatie, neuropatie, etc.). Nella disamina dell’origine del cancro è necessario, quindi, prendere in considerazione non un solo agente etiologico, ma fare riferimento a vari “fattori di rischio“ siano essi esogeni o endogeni. E’ indubbio che è molto più facile individuare i fattori esogeni chiamati in causa a vario titolo rispetto alle cause endogene.
I fattori ambientali sono quelli che sicuramente acquistano sempre più importanza anche per la relativa facilità di poter dimostrare le possibilità inducenti neoplasie almeno a livello sperimentale. I tumori dovuti all’esposizione a sostanze cancerogene presenti nell’ambiente di lavoro, nei paesi industrializzati rappresentano una quota significativa di tutti i casi di malattia. Alcuni Autori ritengono che nelle regioni industrializzate i casi di cancro attribuibili oggi alle esposizioni professionali siano compresi tra il 10 e 15% (Crossignani, Unità di Epidemiologia dell’Istituto dei Tumori di Milano), percentuali lontane dal 4% stimato alla fine degli anni 70, fatta dagli epidemiologi Peto e Doll, che per molti anni è stata considerata internazionalmente come l’indicazione più autorevole della quota dei tumori professionali, anche se senza riscontri nelle ricerche ufficiali delle MP. (1) Tra i fattori di rischio che si possono ritrovare in ambiente lavorativo, l’asbesto è sicuramente uno di quelli più studiati e per il quale è stato evidenziato un rapporto causa-effetto molto suggestivo con notevoli e consequenziali risultati nel campo assicurativo, la cancerogenicità di tale sostanza è stata abbondantemente studiata almeno per quanto riguarda il mesotelioma pleurico e, in misura inferiore, il carcinoma polmonare. Nonostante ciò si è verificata ampia sottonotifica del tumore da parte dei medici curanti; sottonotifica che nemmeno l’obbligo aggiuntivo introdotto dall’art. 36 del DL 277/91 e le conoscenze scientifiche sul ruolo dell’esposizione ad amianto nella sua insorgenza, sono riusciti a modificare, con notevoli e conseguenziali riflessi nel campo assicurativo.
I mesoteliomi sono tumori primitivi delle sierose che derivano dalle cellule di rivestimento ed hanno sede prevalente nella pleura (95,5%) e peritoneo (4%), ma eccezionalmente anche nel pericardio e nella tunica vaginale del testicolo. (2) La diagnosi è complessa sia dal punto di vista clinico, per la necessità di distinguere tra tumore primitivo e metastasi di altre neoplasie, sia dal punto di vista morfologico, in quanto il mesotelioma maligno può manifestarsi in forma epiteliomorfa, similisarcomatosa o mista. Attualmente, l’amianto è considerato il più importante fattore eziologico del mesotelioma pleurico e peritoneale. Tra i vari tipi di amianto, la crocidolite (amianto blu) e la amosite (amianto bruno) sono assai più potenti del crisotilo (amianto bianco) nel provocare la neoplasia. La maggiore potenza cancerogena dei due amianti di anfibolo rispetto all’amianto di serpentino è stata spiegata dal fatto che le fibre anfiboliche rettilinee raggiungono più facilmente per via linfatica la pleura rispetto alle fibre di serpentino che presentano curvature longitudinali o assiali “ a ricciolo”. In particolare, il mesotelioma peritoneale sembra sia correlato all’esposizione a crocidolite. (3) Quindi il rischio per la salute è direttamente legato alla quantità e al tipo di fibre inalate, alla loro stabilità chimica oltre che ad una predisposizione personale a sviluppare la malattia. E’ stato messo in evidenza anche un rischio particolarmente alto per mesotelioma come conseguenza della esposizione combinata a crisotilo e a crocidolite. (4) Analogamente a quanto sta avvenendo in Europa nel suo complesso ed in diversi paesi industrializzati quali la Gran Bretagna (Peto 1999), è in atto in Italia una marcata crescita dei mesoteliomi ricollegabili in massima parte alla massiccia diffusione dell’amianto che si è avuta in particolare negli anni Cinquanta e sessanta. Nel quinquennio dal 1988 al 1992 il numero totale di morti per mesotelioma sia pleurico che peritoneale in Italia è stato di 2700 nella popolazione maschile e di 1519 in quella femminile con un rapporto di circa 2:1. L’incidenza maggiore di tale neoplasia è nettamente superiore nella popolazione maschile delle regioni: Liguria, Lombardia, Piemonte e Friuli Venezia Giulia; distribuzione geografica che rispecchia in buona parte quella di alcuni settori produttivi a maggior rischio di esposizione all’amianto: l’industria navalmeccanica e l’attività portuale, la produzione di manufatti in cemento-amianto, le raffinerie. (5) Nella casistica del C.O.R. Puglia nel periodo compreso tra 1980 ed il 1997 si è notato che le esposizioni certe ad asbesto sono state pari al 36,8% dei casi di mesoteliomi riscontrati, quelli probabili costituivano lo 0,9%, le possibili il 24,5%, le indirette il 5,9%, infine nel 15% dei casi non si è riusciti a documentare alcuna esposizione. (6) L’incidenza annuale del mesotelioma peritoneale è di 1-2 casi per milione nella popolazione generale. (7) Si tratta quasi sempre di pazienti adulti con età superiore ai 40 anni, prevalentemente di sesso maschile e nel 70% circa dei casi con anamnesi positiva per esposizione professionale ad asbesto. Nel 30/45% dei casi esso si manifesta associato alla forma pleurica, mentre è solitario solo nel 10/20% dei casi. (3) Tale neoplasia, abbastanza poco frequente, relazionata con l’esposizione all’asbesto, è inserita tra i cosidetti tumori “sentinella”. Numerosi studi fino ad oggi condotti in molti paesi hanno confermato l’associazione fra l’insorgenza di mesoteliomi ed esposizione lavorativa ed extralavorativa ad asbesto. Per alcuni casi poi si è evidenziata un’esposizione ad asbesto di origine “ familiare”: sono stati rilevati infatti casi di mesotelioma in familiari venuti in contatto con le polveri accumulatesi sulle tute di lavoratori direttamente esposti. Roggli e Oury a conferma di ciò hanno dimostrato che più della metà di donne affette da mesotelioma erano state a contatto con lavoratori di asbesto, mentre una esposizione occupazionale fu identificata solo nel 19% delle pazienti. ( 8) Per quanto riguarda i mesoteliomi insorti in casalinghe, impiegati, insegnanti, commercianti, personale sanitario e parasanitario, le fonti di rischio sono legate sia agli ambienti di lavoro che a quelli di vita (coibentazioni, pavimentazioni, componenti di macchinari o di oggetti di uso quotidiano contenenti amianto). Comunque le esposizioni negli ambienti di vita, in generale, sono di molto inferiori a quelli professionali; pur tuttavia non sono da sottovalutare perché l’effetto neoplastico non ha teoricamente valori di soglia, di conseguenza il mesotelioma può manifestarsi anche per esposizioni ad asbesto molto basse sia per intensità che per durata. Le principali lavorazioni che vengono considerate a rischio per la malattia sono: • Estrazione in cava o in miniera delle diverse varietà di asbesto; • Industria tessile dell’asbesto : miscelazione, cardatura, filatura, tessitura; • Industria cemento-amianto; • Cantieri navali: costruzione, riparazione, demolizione di navi; • Industria chimica: impieghi di filtri di asbesto, produzione di paste filtranti all’asbesto; • Produzione di materiali resistenti all’attrito: produzione, installazione e riparazione di freni e frizioni. Il periodo di latenza del mesotelioma è lunghissimo (20/40 anni),per cui anche se negli anni recenti sono stati effettuati interventi di bonifica nelle strutture di uso pubblico o privato (palestre,saloni cinematografici, vetture ferroviarie, navi ) e nonostante in Italia la commercializzazione dell’amianto è vietato da 10 anni (legge 257/1992), il problema non è sicuramente risolto: vi sono ancora dei manufatti che lo contengono e che dovranno essere bonificati e nel prossimo futuro si potranno presentare numerosi casi di mesotelioma provocate dalle trascuratezze dei passati decenni. CANCEROGENESI
Il meccanismo carcinogenetico indotto dalle fibre di asbesto è stato da tempo oggetto di studio: sulla base di dati sperimentali in vivo e in vitro è stato ipotizzato che, a livello del mesotelio, l’asbesto svolga una azione iniziatrice-promotrice contemporanea. E’ ormai ampiamente affermato, anche per il mesotelioma, il “modello multistadio” della cancerogenesi, e si deve ritenere cruciale l’accumularsi di mutazioni cellulari: riarrangiamenti e delezioni cromosomiche, attivazioni o perdite di oncogeni. Infatti l’analisi citogenetica delle cellule dei mesoteliomi peritoneali, in soggetti con una storia di esposizione ad asbesto, ha riscontrato anormalità del cariotipo: traslocazione bilanciata t (3;3) (p 14; q 29). (9) Di particolare interesse, inoltre,. è la segnalazione di Carbone e Coll. che hanno riscontrato la presenza di una sequenza di DNA simile a quella del Virus della scimmia(SV 40), il cui significato eziologico è ancora da approfondire, tuttavia è presumibile che lo stesso possa agire indipendentemente o come cancerogeno in associazione all’amianto. Resta tuttora da spiegare se oltre al fattore meccanico (penetrabilità diversa delle diverse fibre e persistenza nel tessuto) e alla composizione chimica entrino in gioco nel determinismo della cancerogenesi altri fattori, quali la presenza di idrocarburi policiclici contaminanti la fibra. La concentrazione di benzopirene e altri idrocarburi policiclici naturali è tuttavia così bassa da rendere improbabile che la loro presenza sia importante da un punto di vista carcinogenetico. Il quantitativo di oli secondari (assorbiti dalla Juta di imballaggio ) appare invece diverso e può introdurre una variabile importante nella composizione dell’asbesto. (10) Se è abbastanza facile identificare la patogenesi del mesotelioma peritoneale, più difficile è comprendere come tali fibre possano raggiungere il peritoneo; è verosimile che esse vengano trasportate nell’addome dai linfatici o se ingeriti vi possano giungere attraverso la parete intestinale.(11) Una particolare attenzione nell’ambito dell’etiopatogenesi del mesotelioma peritoneale è stata posta su determinati fattori irritanti, quali le ernie addominali che provocano una reazione della sierosa peritoneale non grave ma cronica. Tali ernie sono state riscontrate in un numero piuttosto elevato di soggetti deceduti per mesoteliomna peritoneale. In molti casi le ernie possono verificarsi come conseguenza dell’ascite o possono essere sintomatiche di una metastasi del mesotelioma peritoneale addirittura primitiva neoplasia maligna del sacco erniario e successiva diffusione attraverso la cavità peritoneale dopo mesi o persino anni. (12). Fino ad oggi la International Agency foer Research on Cancer (IARCH), alla luce dei dati disponibili dalla letteratura scientifica ha classificato l’asbesto tra gli agenti sicuramente cancerogeni per l’uomo, ma non ha mai però proposto, a fini di sanità pubblica, una valutazione di cancerogenicità differenziale per i vari tipi di asbesto, né ha definito alcun valore soglia al di sotto del quale non vi sia rischio per la salute umana. (13)
ANATOMIA PATOLOGICA
Macroscopicamente il mesotelioma può presentari in forma nodulare, circoscritta o, meno raramente, in forma d’ispessimento o placca diffusa a larghe zone della sierosa.
Istologicamente si distingue:
• Una forma tubulo-papillare, la più caratteristica costituita da cellule cubiche o cilindriche, le cellule non contengono mucina, ma è possibile trovare acido Jaluronico. • La forma indifferenziata a cellule rotonde o poliedriche disposte in cordoni solidi compatti, lo stroma è poco abbondante. • Una forma mista nella quale una proliferazione epiteliale indifferenziata si associa ad una proliferazione fibroblastica simil sarcomatosa, la cui consistenza riflette il particolare carattere e la discendenza genetica dell’epitelio peritoneale. • Una forma sarcomatosa costituita da cellule prevalentemente fusate sicchè ne derivano aspetti simili al fibrosarcoma. (14)
CASO CLINICO
Soggetto di 71 anni che ha lavorato alle dipendenze dei Cantieri Navali di Palermo per circa 37 anni dal 1946 al 1979 come calderaio, successivamente fino al 1983 come carpentiere, sia in officina che a bordo di navi. In officina effettuava la prefabbricazione di condotte, tubazioni, grigliati, scale, etc. utilizzando cannello ossiacetilenico, martelli, cunei, mazze e attrezzi pneumatici. A bordo effettuava il montaggio di pezzi prefabbricati (operando la riduzione eventuale di tubazioni o altro a mezzo di cannello ossiacetilenico). Ha adoperato inoltre mole smeriglio per la pulitura delle sbavature di saldatura. Durante lo svolgimento del lavoro a bordo delle navi erano anche presenti e in attività, saldatori, fiammisti, calafati, montatori, verniciatori e altre maestranze. Con la qualifica di carpentiere, invece il lavoratore si occupava della costruzione di manufatti metallici in officina che venivano poi installati a bordo della nave da altre figure professionali. Le indagini ispettive e la relazione della Contarp Regionale hanno permesso di accertare un’esposizione ad amianto, dovuta ai lavori di coibentazione/ scoibentazione ivi eseguiti; tale esposizione è stata orientativamente quantificata superiore alla metà del valore limite fissato per le miscele di amianto e per la crocidolite, ossia 0,1 ff/cc.. In particolare nel Cantiere Navale di Palermo, simili condizioni d’inquinamento sono state accertate almeno fino al 1981. Anche per le mansioni di calderaio e di carpentiere navale, con prevalente esecuzione di attività a bordo di nave, si è riconosciuta la suddetta esposizione. (Contarp Regionale INAIL). Considerato quanto sopra, nonostante non sia mai stato effettuata un’indagine sull’eventuale inquinamento da fibre di asbesto nella postazione lavorativa del soggetto, considerata la lunga anzianità di lavoro come calderaio e carpentiere navale, con prevalente esecuzione di attività a bordo di nave,e la verosimile pregressa esposizione ad amianto (negli anni antecedenti al 1981) si può concordare con l’esistenza di un rischio da inalazione di fibre di amianto ben individuabile:
Anamnesi Familiare e Personale: Gentilizio negativo – fumatore di 15/25 sigarette al di per 15 anni fino al momento del riscontro della malattia.
Anamnesi Patologica Remota: TBC polmonare all’età di 19 anni (fibrotorace sinistro) Appendicectomia all’età di 36 anni Ernioplastica nel 1996 Politrauma nel maggio 1997 con fratture costali multiple e trauma cranico commotivo. Ipertensione arteriosa nota da alcuni anni in trattamento con Ca++ antagonisti e diuretici. Reddituario INAIL dal 9/12/1975 per broncopatia cronica gas nitrosi.
Anamnesi Patologica Prossima: All’età di 70 anni comparsa di dispnea dopo modici sforzi, ed aumento di volume dell’addome, scomparsi entrambi senza alcun trattamento terapeutico. Nel gennaio dell’anno successivo nuovo incremento del volume dell'addome e presenza di edemi declivi; per tale motivo venne ricoverato presso azienda ospedaliera dove furono eseguiti vari accertamenti clinico strumentali.
Principali indagini eseguite: Rx torace: fibrotorace a sinistra con calcificazioni pleuriche a colata, accentuazione della trama in tutti icampi polmonari, opacamento pleurogeno basale destro. Ecografia addominale: presenza di ascite in discreta quantità. Fegato ad ecostruttura omogenea tranne che nel IV segmento ove è presente un’area iperecogena di 16 mm di diametro, sottodiaframmatica, vasi portali con normali variazioni respiratorie, vena porta 11 mm, colecisti e vie biliari nella norma: Pancreas normale per dimensioni ad ecostruttura omogena (DL 8 cm). Versamento pleurico destro. Non immagini da riferire ad anse intestinali patologiche o a lesioni vegetanti del peritoneo parietali, in particolare non chiare immagini da riferire a masse. Evidenza di cisti renali bilaterali. L’esame laparoscopico mostrò la presenza di ascite in notevole quantità, di aspetto non emorragico, peritoneo parietale ricoperto da un panno friabile biancastro, che ricopre anche parecchie anse intestinali, milza non visibile, fegato di aspetto normale, con superifice nodulare al lobo destro e periepate zonalmente ispessito, in fossa iliaca destra presenza di grossa massa costituita da anse intestinali conglobate da tessuto friabile. La conseguente biopsia del peritoneo parietale e viscerale mise in evidenza: mesotelioma maligno epitelioide (foto 1, 2). Citologia del liquido ascitico: campione comprendente una popolazione cellulare rappresentata da elementi di ampia taglia con abbondante citoplasma eosinofilo e nucleo prevalentemente paracentrale, nucleato. Le indagini immunoistochimiche evidenziarono un profilo immunofenotipico Ema+ (foto 3), vimentina+ (foto 4), citocheratina (foto 5, 6), HBME 1+ (anticellule mesoteliali), GFAP (+/-). Il complesso di caratteri è compatibile con la diagnosi di mesotelioma maligno epitelioide. Esami di laboratorio: Test alla tubercolina positiva. Negativa la ricerca a fresco di BK nel liquido ascitico: Coltura per BK negativo. Diagnosi di dimissione ospedaliera: Mesotelioma peritoneale
DISCUSSIONE
La descrizione di un caso di mesotelioma peritoneale in un soggetto di anni 71, con esposizione anche se a quantità imprecisata ad amianto è stata motivata dalla rarità della malattia, almeno nella nostra regione, e dagli aspetti molto particolari che lo distinguono da tutti gli altri tumori da causa nota. Tali aspetti peculiari, rendono necessaria l’applicazione di criteri diversi da quelli seguiti per tutte le altre neoplasie, già nella fase della diagnosi, poi in quella della valutazione del nesso causale. Infatti la diagnosi di mesotelioma non è semplice, come quella di tutti gli altri tumori da causa nota, visto che la sua costante caratteristica è l’estremo polimorfismo istologico. Considerando poi che, sia a livello pleurico che peritoneale, oltre al mesotelioma, si localizzano spesso metastasi di tumori primitivi situati anche in organi lontani, la diagnosi differenziale diventa molto impegnativa. La diagnosi certa di mesotelioma può essere formulata soltanto dopo l’esame istologico e citologico che permette di escludere con sicurezza la presenza di altro tumore primitivo o metastatico. Infatti le recenti tecniche immunoistochimiche aggiungono valore alla diagnosi istologica e forniscono un supporto diagnostico importante in quelle forme nelle quali la morfologia lascia dubbi diagnostici. Oggi tra gli indicatori istochimici più affidabili vi sono: la Vimentina, EMA, GFAP, HBMEI, AMAD2. Infine, quando nella storia del soggetto esistono riferimenti ad una pregressa esposizione ad amianto, o indicatori biologici di avvenuta esposizione, la probabilità che sussista un nesso causale amianto-tumore viene considerata molto elevata (70-80%). Molto difficile, invece, è la definizione del nesso causale nei casi di anamnesi dubbia e con negatività degli indicatori biologici di esposizione. La storia clinica non solo è da tenere presente ai fini di un giudizio anatomo clinico, ma la sua evoluzione può essere assai importante per la valutazione medico legale definitiva, che non di rado si conclude a distanza anche di anni dalla prima diagnosi in vita di mesotelioma. Inoltre, la mancanza di una chiara correlazione dose risposta rende spesso difficile il giudizio conclusivo sul nesso causale, se non si tiene conto del fatto che il mesotelioma si differenzia dagli altri tipi di tumore per la mancanza correlazione dose/risposta. In questi casi assume notevole importanza la recettività individuale dei soggetti esposti. Inoltre il possibile potenziamento dell’azione cancerogena dell’amianto da parte di agenti virali (Virus SV40) sembra offrire una base scientifica in grado di spiegare gli aspetti più controversi di un meccanismo cancerogeno che si differenzia nettamente da tutti quelli più studiati.
ASPETTI MEDICO LEGALI
Come ben noto il riconoscimento di una malattia professionale deve conseguire ad una corretta ricostruzione del nesso causale, secondo la criteriologia medico legale, intendendo per causa l’antecedente d’interesse e valore giuridico dal quale dipende l’avverarsi di una modificazione peggiorativa della persona, anch’essa di rilevanza giuridica. (15) I dati epidemiologici rilevabili nella letteratura internazionale sono abbastanza concordi nell’affermare un rapporto strettamente causale tra mesotelioma pleurico o carcinoma polmonare ed asbesto; meno rilevante, anche se sempre significativo, appare il rapporto tra mesotelioma peritoneale – asbesto, considerata la possibilità emersa dai risultati prima esposti, di una percentuale pari al 35% di mesoteliomi peritoneali senza alcun nesso con l’amianto. Peraltro per il lavoratore oggetto dello studio non viene quantificata in modo certo (ma solo in maniera deduttiva) l’esposizione lavorativa all’agente cancerogeno, ignorandosi la tipologia dell’asbesto eventualmente utilizzato. La sentenza della Corte Costituzionale (n.179 del 18/2/88) ha stabilito come nella malattia professionale debba essere provato inequivocabilmente il nesso causale. Però negli ultimi anni è intervenuta la “consuetudine assicurativa” di indennizzare in modo estensivo tutti i casi di neoplasia insorti in soggetti a qualsiasi titolo esposti ad asbesto, poiché in passato (prima del D.Lgs 277/91) in nessun ambiente di lavoro, ove veniva utilizzato amianto, era ipotizzabile l’assenza di rischio. (16) Il DPR 336/94 (Nuove tabelle delle malattie professionali dell’industria e dell’agricoltura) ha recepito tale consuetudine inserendo alla voce 56 le malattie neoplastiche causate dall’asbesto. Le peculiari caratteristiche del mesotelioma da amianto sono tali da rendere impossibile la definizione di un livello di esposizione al di sotto del quale l’effetto non sia dimostrabile. (17) La consapevolezza che anche la più rigorosa applicazione delle norme di prevenzione non poteva eliminare il rischio di esposizione ad asbesto, ha condotto, dopo la normativa di origine comunitaria e il D.Lgs 277/91, che indicano Valori Limite Soglia di Esposizione (TLV) validi solo per le pneumoconiosi, alla Legge 257/92, modificata dalla legge n 271/93, che prevede la concessione di benefici previdenziali ai lavoratori esposti all’amianto per non meno di dieci anni. (18) Oggi le lavorazioni con amianto come materia prima sono scomparse e quindi anche l’esposizione negli addetti, mentre ancora rimane l’esposizione di lavoratori in quelle attività che prevedono la rimozione, la bonifica e lo smaltimento. Gli ambienti di lavoro più significativi quindi, per presenza di amianto sono ora, cantieri temporanei nel caso di bonifica di edifici, o semipermanenti nel caso di rimozione di amianto da mezzi di trasporto come le carrozze ferroviarie e le navi. Da non dimenticare, però, l’esistenza di microinquinamenti ambientali derivanti dalle coperture in eternit presenti ancora oggi in numerose aziende produttive. Infine è da precisare che nonostante per molti anni il rischio di esposizione a fibre di amianto è stato considerato importante solo per i lavoratori dell’amianto, solo negli ultimi anni l’attenzione si è spostata su esposizioni non professionali, ma indirettamente collegate al lavoro (familiari di lavoratori addetti ad attività connesse con l’amianto o aree interessate ad immissioni da stabilimenti produttivi) quindi sulla possibilità di considerare l’amianto un contaminante ambientale. Sulla base di queste considerazioni sono state emanati alcuni decreti applicativi che hanno l’obiettivo di gestire il potenziale rischio derivato dalla presenza di amianto in edifici, manufatti e coperture. L’amianto negli ultimi anni è stato sostituito in ambito industriale da altre fibre sia sintetiche che naturali che a differenza dell’asbesto sono caratterizzate da modesta frazione respirabile, scarsa resistenza nei liquidi biologici e perdita progressiva del carattere di fibra in seguito a ripetute frammentazioni trasversali. Tuttavia anche i sostituti dell’amianto possono essere responsabili nell’insorgenza di neoplasie: infatti studi epidemiologici hanno documentato un aumento del rischio relativo per tumori polmonari dopo 20-30 anni dall’esposizione a MMMF (Man-Made Mimeral Fibres) senza poter escludere completamente importanti fattori concausali quali il fumo di tabacco e l’esposizione pregressa o contemporanea ad altri cancerogeni professionali. Quanto sopra esposto porta alle seguenti considerazioni: 1. Il riscontro di un mesotelioma in un soggetto che ha avuto un’esposizione lavorativa ad amianto non può non dar luogo ad un riconoscimento assicurativo, anche in carenza di quantificazione del rischio, specie in presenza di eventi estremamente rari (mesotelioma peritoneale) come il caso in oggetto; 2. Identico criterio medico-legale dovrebbe essere applicato anche nel caso di lavoratori che non hanno avuto esposizione diretta con l’asbesto, ma hanno svolto la loro attività in ambienti inquinati per altri versi (soffittatura in eternit, isolamento di sistemi idrici etc.), in quanto in tali casi il rischio ambientale è da considerare alla stessa stregua di quello diretto, tenuto conto della mancanza di un rapporto causa-effetto nella genesi delle malattie neoplastiche; 3. Diversa è la situazione nei casi di mesotelioma insorto in soggetti mai esposti per motivi di lavoro ad amianto per i quali si può configurare un rischio generico ambientale uguale per tutta la popolazione. Solo nel caso di familiari conviventi con lavoratori esposti a rischio amianto si potrebbe configurare l’esistenza di un “rischio aggravato” per mancata osservanza delle più comune norme igieniche e di prevenzione da parte dei lavoratori e/o dei datori di lavoro meritevole di un momento di riflessione per il legislatore. V. Cassarà, M. Clesceri, S. Anzalone*, S. Diecidue, G. La Paglia |
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