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I fossili degli elefanti nani siciliani Stampa E-mail
Per circa quarant'anni, i lavori di sbancamento delle cave, eseguiti in varie località dello "Stretto di Messina",  hanno  restituito alla luce i resti fossili di numerosi  organismi, oggi raccolti in una  nota collezione, quella "Berdar", dall'omonimo studioso che per primo se ne  occupò. Oggi è appunto possibile conoscere le vicende di tali scoperte, i  punti di raccolta e la presumibile età del materiale paleontologico, i  movimenti tettonici del territorio e le probabili modifiche subite dallo  Stretto di Messina nel Pleistocene. Oggi questi preziosi reperti sono  conservati in Musei ed Istituti.
     

 L'era Quaternaria o Neozoica ebbe inizio circa due milioni di anni fa e comprende due periodi geologici costituiti dal Pleistocene, più antico, suddiviso in inferiore, medio e superiore e l'Olocene, più recente, 
iniziato 10.000 anni fa e comprendente il periodo attuale. Il Quaternario, se da un lato rappresenta la più recente storia geologica del nostro pianeta, dall'altro ci fornisce importantissime testimonianze sulla diffusione dell'uomo e dei grandi mammiferi continentali, sui grandi eventi climatici come le glaciazioni, intervallate da periodi con clima caldo, sull'alternarsi di associazioni faunistiche e flore "fredde" e "calde", e sugli imponenti fenomeni glacio-eustatici, ovvero quelli che  riguardano gli spostamenti del livello del mare. I resti fossili dei mammiferi rinvenuti da Adolfo Berdar nei terreni sedimentari delle due sponde dello Stretto di Messina hanno permesso di acquisire  importantissime notizie sulla geologia del Quaternario nell'area dello Stretto, che a causa di intensi fenomeni tettonici risulta molto complessa. Qui, infatti, la tettonica è così attiva da comportare una  decisa prevalenza dei suoi effetti su quelli dovuti alle variazioni glacio-eustatiche del livello del mare.

Oggi i dati in nostro possesso  indicano chiaramente che le odierne sponde del nostro stretto, Calabria 
meridionale e Sicilia, hanno avuto, durante il ciclo Tirreniano, 250.000-110.000 anni fa, condizioni di insularità, essendo forse in qualche momento collegate fra loro. Da vari riscontri inoltre si ricavano le seguenti considerazioni: dopo una  fase fluviale, che contiene la mandibola dell'Uomo di Neanderthal e la restante fauna, si verificò una trasgressione marina, preceduta da un semplice episodio lacustre, che sommerse il deposito. La successiva regressione marina ed il sollevamento, portarono il tutto a quota 90 m. 
Tuttavia non è possibile tener conto delle variazioni eustatiche del livello marino, ma conosciamo l'esistenza dell'estrema mobilità tettonica  di tutta la zona, che comporta cospicui spostamenti nei due sensi ed in almeno due riprese. Grazie alle interessanti ricerche di geodinamica  condotte recentemente sappiamo che la Sicilia si sposta e ruota, sebbene  molto lentamente, in senso orario, mentre la Calabria si muove in  direzione contraria; ciò è la causa di un allontanamento reciproco il cui 
effetto si traduce in un’intensa attività sismica. Va tenuto presente  inoltre che il movimento del continente africano limiterà sempre più le dimensioni del Mediterraneo. Per quanto riguarda l'aspetto Paleontologico, diversi studiosi si dedicarono a queste ricerche nell'area dello Stretto e nelle zone limitrofe. Per quanto riguarda i mammiferi ma anche nel campo della Malacologia, la branca della zoologia che si occupa dello studio dei  molluschi, il nome più prestigioso da ricordare è senza dubbio quello di G. Seguenza.


Sulle colline a nord di Messina, esattamente da Poggio Paradiso a Fiumara Curcuraci ed in aree isolate e oggi urbanizzate quali Valle degli Angeli e Contrada Trapani, sono stati ritrovati resti fossili di elefanti nani, o meglio, pigmei di taglia robusta (di poco più piccoli del nostro comune elefante), di numerosi elefanti alti come un bisonte (Elephas  Mnaidriensis), di taglia intermedia (che nel passato prendeva il nome di Elephas melitensis), ed altri ancora più piccoli, ossia alti quanto un cane (Elephas falconieri) il cui cucciolo non superava i 30 cm., nitamente ai resti del grosso progenitore (Elephas antiquus) e degli ippopotami (Hippopotamus pentlandi).
Fino al 1970 erano stati ritrovati, nelle diverse località, 50 molari e  frammenti di molari di Elefante, 7 ossa, resti di zanne di elefanti, un  frammento di falco di cervo pigmeo a Poggio Paradiso; 24 molari e 3 ossa  in Contrada Fondelle Canale, sempre all'altezza della strada panoramica  dello Stretto o poco più alto; 1 molare di elefante nella cava a destra della Fiumara Pace; 1 molare di elefante, 2 zanne in frammenti e 3 ossa nell'angolo sinistro e all'inizio di Fiumara Guardia; 8 molari di elefante, 17 zanne in frammenti, 11 ossa di elefante, 3 molari e incisivi di Ippopotamo pigmeo nella cava del Torrente Trapani (settore sinistro); 1 zanna di elefante in Valle degli Angeli.

 In seguito sono stati trovati, tutti della stessa collezione Berdar  (Sponda sicula dello Stretto), altri resti di Elefante pigmeo, di Ippopotamo pigmeo, numerosa malacofauna e un'enorme chela di Granchio (Cancer Pagurus) le cui dimensioni: lunghezza 220 mm, larghezza massima o altezza 87 mm, apertura totale, all'apice del dattilo mutilato, 109 mm, lasciano immaginare quanto doveva essere grande il suo carapace.
Totalmente si contavano: 150 molari (la maggior parte incompleti) e frammenti di molari di Elefante pigmeo, decine di ossa e frammenti di ossa, alcune zanne di Elefanti quasi complete, vari frammenti di zanne, re molari e alcuni incisivi di Ippopotamo, un frammento di Testuggine, la vertebra di un Delfinoide, un frammento del palco di un Cervo pigmeo, un osso di Orso ed altri resti non diagnosticati. Imponenti alluvioni hanno  depositato le ghiaie, i grossi ciottoli e le sabbie di questo bacino paleoidrografico scomparso; da dove provenisse il materiale è un mistero. 
Dietro il "cristallino" delle colline non c'è neppure una piccola traccia di tali ghiaie e sabbie fluvio-marine con resti fossili. Si potebbe pensare che i molari provengano da un precedente paleosuolo   scomparso, dal quale sono stati asportati e trascinati poi con tali  alluvioni alla giacitura attuale. Alcuni molari sono a forma di ciottolo  perchè fluitati e ricoperti da incrostazioni marine (Cirripedi, radioli di 
Riccio, Serpule, Brizoi, frammenti di conghiglie); a volte mostrano  persino piccoli fori praticati dalla Vioa (una spugna perforante); testimonianza sicura di un certo periodo di immersione (in conoidi
      deltizie) e poi di copertura e sollevamento. Questa paleospiaggia a quota 60 m. è del Tirreniano.
      Ma furono trovati anche molari in perfette condizioni di conservazione. Non pochi, però, sono estremamente calcinati e fragili. Le zanne, appena  scavate più o meno in pezzi teneri come il burro, dovevano essere trattate  subito con i normali collanti vinilici o diluiti per consolidarle. In caso    contrario si asciugavano con il trascorrere dei giorni, trasformandosi in minuti frammenti e in una sorta di farina. L'età di tali fossili non è  purtroppo precisabile. Qualche ricercatore ipotizzò che i più antichi    avessero 600.000 anni, quando si verificarono condizioni ambientali  catastrofiche, altri si limitarono a 400.000-500.000 anni, altri ancora  ritengono che superino i 350.000 anni; gli studiosi più recenti indicano l'età di 170.000 anni.

Qualche paleontologo ipotizza che il piccolo E. falconieri comparve prima dell'interglaciale Riss-Wurm e si estinse molto probabilmente nel periodo  più freddo del glaciale Wurm, ma forse resistette a lungo. Si ipotizza che le faune dei mammiferi siano giunte attraverso  collegamenti con l'Africa, ma ancora più realisticamente dalla penisola  prima del distacco della Sicilia dalla Calabria. Certamente discendono da animali di grande statura (E. antiquus), cioè del tutto normali, divenuti  gradualmente pigmei. Tra le cause dell'estinzione possiamo ipotizzare: isolamento, carenza di cibo, mancanza di predatori e mutamenti climatici. 
Elementi sfavorevoli della vita dei proboscidati erano la riduzione delle  pianure, l'aumento delle aree elevate, l'aridità. I resti fossili presenti sulle nostre colline dovevano appartenere a centinaia e centinaia di capi: una cifra impressionante.

 Innumerevoli resti sono da scavare e tanti altri sono rimasti sepolti e non vedranno mai la luce per cessata attività delle cave. Parecchio materiale paleontologico è andato perduto durante lo scavo con l'impiego di ruspe; non poco rimarrà coperto dal cemento dei quartieri residenziali. 

 Tutto questo territorio conserva perciò una sorta di "cimitero degli  elefanti", quale deposito di numerosissimi resti accumulati casualmente  nel tempo grazie all'azione delle acque alluvionali e, pertanto, mai in connessione anatomica. Sulla "Strada panoramica dello Stretto", da Poggio     Paradiso a Fiumara Guardia-Curcuraci, potrebbero essere ubicati due  segnali turistici per indicare l'esistenza del giacimento: uno all'inizio  di esso (Poggio Paradiso) e l'altro al termine (Torrente 
Guardia-Curcuraci) con la seguente iscrizione:"TERRITORIO DEGLI ELEFANTI   PIGMEI FOSSILI". Potrebbe essere un'interessante curiosità ed attrazione  turistica in un'area di 4 km nella cornice affascinante del "Bosforo d'Italia".

 In questo territorio è concentrata la maggior parte dei Mammiferi fossili  pleistocenici di tutta l'area dello Stretto. Se aggiungiamo i pochi reperti del Torrente Trapani e di valle degli  Angeli , il terreno esplorato raddoppia, senza contare i reperti di altri  ricercatori provenienti da Massa S. Giorgio (rari frammenti di zanne di  Elefante), Faro Superiore (un molare di Elefante), Colline sopra Mortelle 
(pochi frammenti di zanne di Elefante), Villafranca Tirrena (alcune zanne  e molari d'elefante e reperti di altri mammiferi) e Taormina (pochi molari d'Elefante). Da ricordare pure i resti di mammiferi pontici di Gravitelli. 
I molari d'elefante pigmeo della collezione Berdar sono spesso arrotondati   ma raramente presentano radici affilate, tanto da far pensare che non  abbiano subito rotolamento: ciò costituisce un altro mistero. Alcuni   studiosi suppongono che il "nanismo" si sia verificato ben due volte in Sicilia.
I reperti fossili della Calabria sono invece molto differenti da quelli appartenenti alla sponda messinese. Esattamente nella collina di Archi  venne scoperto il più importante affioramento di fossili dell'area  geografica intorno allo Stretto. Qui sono infatti presenti i resti dell'Elefante a zanne diritte (Elephas antiquus), il maggiore tra gli elefanti apparsi sulla Terra: la sua altezza era di 5 metri, il suo peso di varie tonnellate e, in ogni caso, ben più delle 4 ipotizzate; si ritiene che il suo cervello pesasse 9 Kg.
A questo gigante vanno aggiunte le seguenti specie trovate nella stessa sezione ma a livelli stretigraficamente e climaticamente ben differenziabili: Ippopotamo, Rinoceronte, Uro, Cervo simile all'attuale ed un Cervo particolare di taglia ridotta e di aspetto simile a quello Megacero a causa delle corna palmate. C'era inoltre l'"Alca impenne" o Pinguino artico che non è un vero e proprio pinguino (molto interessante e raro poichè il terzo scoperto intorno al bacino del Mediterraneo), la testuggine d'acqua dolce; numerosa Malacofauna, Ostracodi; e, infine, Foraminiferi e legni silicizzati. Il reperto più prezioso è senz'altro la mandibola di un "bambino neanderthaliano", di circa sei anni, simile a     quella trovata a Gibilterra.

 L'età del materiale paleontologico non supera gli 80-100 mila anni. Le condizioni di conservazione dei reperti sono migliori se paragonate a quelli, ben più antichi, della sponda sicula. Ciò dipende però, non dall'età, ma dalle diverse condizioni del suolo in cui giacevano. Ha  suscitato inoltre nuova sorpresa il reperimento in uno strato inferiore e più antico dei resti di fossili di un elefante di taglia ridotta, forse una nuova specie che non farebbe che confermare ulteriormente la temporanea insularità della Calabria durante il periodo Tirreniano.

 Nella stessa area di Archi, ma probabilmente nella località sottostante detta Fornace, di minor altitudine, è stato trovato, in precedenza e da altri ricercatori, del materiale paleontologico conservato oggi presso il Museo di Firenze. Interessante è infine il frammento dell'apice di una zanna fossile di elefante, in ottimo stato di conservazione e di colore marrone, trovato nella cava di S. Calogero in provincia di Catanzaro.
Oggi la maggior parte dei reperti è conservata al Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Messina; la mandibola "neanderthaliana" e qualche altro reperto si trovano all'Istituto Italiano di Paleontologia Umana di Roma, un paio di molari d'elefante al Museo Doria di Genova, altri al Museo di storia Naturale di Verona, soltanto uno all'Università di Firenze, altri reperti al Museo Regionale di Messina. In tutto si contano circa 400 reperti, tutti facenti parte della stessa collezione Berdar.
Senza tale disinteressata assiduità sui luoghi, costata notevoli sacrifici, i resti di tale paleofauna sarebbero andati totalmente perduti, e la scienza e la storia del remoto passato quaternario di questa regione non avrebbero ricevuto l'importante nuovo contributo di cognizioni.
        
     

 
     

 
 

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