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Dalla Dea madre a Maria Santissima della visitazione |
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Il secondo giorno del mese di Luglio, ad Enna, si celebra la festa patronale di “Maria SS. Della Visitazione”, un rito cattolico che affonda le sue radici nel passato più remoto. Quest’altopiano, a quasi mille metri di quota sul livello del mare, circondato da impervie pareti rocciose, facilmente difendibili, da eventuali invasioni, fu da sempre scelto come luogo sicuro per gli insediamenti umani. Tracce antiche, risalenti al neolitico, come, selci ed asce litiche e vasellame, sono state trovate nelle antiche grotte disseminate sulle pendici del monte, in parte, oggi ancora visibili, questo farebbe pensare ad una comunità bene organizzata, con varie caste sociali al centro delle quali si ergeva quella dei mistici custodi del tempio, che sorgeva sulle fondamenta dell’attuale insediamento Normanno ”Castello di Lombardia”, dove s’iniziò a adorare la “Dea Madre”, madre generatrice del mondo e del cielo, del giorno e della notte, madre generatrice della vita.
Culto che ebbe la sua evoluzione nella bivalenza solare-lunare contrapponendo al sole (Osiride) la luna (Iside) con le sue fasi: crescente simboleggiante la ragazza che si avvia all’età della fecondità, piena, la gravidanza e calante età della menopausa. Adorazione che trovò nuova evoluzione-conservazione durante il periodo dell’ellenizzazione adottando, il mito di Demetra (Cerere), anche chiamata Damater, e di sua figlia Persefone (Proserpina) tornando all’antico culto della grande dea nella sua polarità di madre-figlia. Cerere, la dea preposta a propiziare le messi, la divinità suprema, in un territorio dove l’attività principale era, ed è ancora oggi, la coltivazione del grano duro, tanto che ancora oggi, quando si parla di cerealicoltura la forma dialettale usata è “ u lavuri” (il lavoro per eccellenza), Culto che sopravvisse alle tante dominazioni, conservando la sua ritualità nei secoli oltre l’evangelizzazione dell’isola, il sacerdote Vincenzo Pedroso, in Pagine di Roma, nel riferire dell’acquisto della statua di Maria SS: (1412), assicura che era stato effettuato per cancellare il culto della grande madre dei raccolti. La storia dell’icona della Madonna è avvolta da un alone di mistica legenda e narra che nel XIV secolo una delegazione dei nobili ennesi si rivolse ad uno scultore veneziano, tale Mastro Alvise Genazin, commissionandogli l’icona della santa. La cassa contenente la statua della santa fu cosi stipata in una cassa e caricata su un veliero alla volta della Sicilia, ma all’altezza di Capo Spartivento, il trasporto fu investito da una tempesta e fece naufragio. La cassa, trasportata dal mare, giunse fino al porto di Messina ed in breve tempo, la notizia del miracoloso ritrovamento fece il giro dell’isola giungendo fino agli ennesi che mossero una delegazione per rivendicare il simulacro della santa vergine. Cosi dopo una breve resistenza, i messinesi restituirono la statua che fu caricata su un carro alla volta d’Enna. Giunti alle pendici del monte, l’icona della madonna fu posta su di un fercolo, accorsero i nobili e gli ecclesiali per avere l’onore di portare la santa presso di quella che sarebbe divenuta la sua casa, ma la piccola madonna “ si fici pisanti pisanti” tanto, che vani furono gli sforzi dei portatori accorsi. Dai campi circostanti incuriositi da tanto movimento si avvicinarono un gruppo di contadini impegnati nella raccolta del grano“i nudi” perché a dorso nudo, solo allora la madonna si fece leggera e permise ai contadini di farsi trasportare fino alla chiesa madre, era il 29 Luglio del 1412, da allora ogni anno si festeggia la funzione solenne che ricorda il miracoloso avvenimento. Il due di luglio, l’antica statua, raffigurante Maria SS. Della Visitazione, è prelevata dalla nicchia della sua cappella all’interno della Chiesa Madre, e vestita da una parte del suo tesoro, proveniente da donazioni ex voto, viene esposta sull’altare maggiore della stessa chiesa, per essere poi collocata all’interno del fercolo, chiamato la “Nave D’oro” perché interamente ricoperto a foglia d’oro, e trasportata a spalla e a piedi scalzi da cento con frati della” Madonna”, accompagnata da tute le confraternite attraverso il centro abitato fino a giungere l’eremo di Monte Salvo, salutata in più punti dalle “sarbiate”, scoppi di petardi e mortaretti, ricordo atavico dei fuochi votivi alla dea delle messi. La parte più spettacolare e difficile della processione è sicuramente rappresentata dal tragitto che si percorre dopo la chiesa di S.Tommaso, quando lasciata la Via Roma, ci s’immette in Via Mercato, antica “vaneddra” (viuzza stretta e tortuosa), e scendendo per la “Calata da Abbatiedda” ripido tratto lastricato di basalto dove i portatori sono costretti in più punti a portare il fercolo a mano, inclinandolo più volte per non urtare cavi e balconi, si giunge alla salita di via Montesalvo, ultimo ed estremo sforzo per i cento portatori che stremati dalla fatica salgono tra due ali di folla in delirio mistico, spronati al grido di “Evviva Maria”. Giunta a |
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