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Trentatrè è il numero delle mummie custodite nella cripta dei Cappucini di Savoca che tra il XVIII e il XIX secolo, era divenuta un vero e proprio “cimitero di notabili” particolarmente legati all’Ordine dei Cappuccini. Si tratta di medici, notai, giudici, commercianti, avvocati e rispettive famiglie nobiliari o emergenti, e di illustri personaggi del clero locale (abati, arcipreti, sacerdoti), anch’essi provenienti, secondo un costume diffuso nella Sicilia feudale, dalle stesse famiglie. Evidentemente il tipo di sepoltura e il trattamento post mortem differivano in relazione alla potenza del personaggio e alle sue possibilità economiche.
La pratica della mummificazione Le pratiche di mummificazione intenzionale compiute dai Cappuccini, fu certamente praticata nei secoli XVIII e XIX, fino al 1876. Infatti, nonostante il 7 luglio del 1866 fosse stata decretata, da parte del giovane Regno d’Italia, la soppressione di ordini, congregazioni e corporazioni religiose, con relativa confisca dei beni e loro attribuzione al Demanio dello Stato (Candeloro, 1978), il Convento dei Cappuccini di Savoca, anche se privo di ogni riconoscimento giuridico, e di proprietà comunale, continuò a svolgere la sua funzione e a praticare la mummificazione, come risulta dalla presenza di almeno due mummie appartenute a individui deceduti posteriormente a tale data. Quanto alla tecnica usata per accelerare il processo di mummificazione, non esistono fonti storiche coeve che parlino del trattamento riservato ai cadaveri, mancano addirittura notizie se un trattamento del genere sia mai stato praticato. Le fonti documentano invece diverse richieste di diritto di sepoltura previo pagamento di una somma di denaro o come compenso per le celebrazioni di rito demandate al Convento nelle varie ricorrenze (Lombardo S., 1985). Qualche informazione sui luoghi, le modalità e i tempi per la mummificazione dei cadaveri risultano invece da scritti inediti di studiosi del luogo, come quello di Padre Basilio Gugliotta (Padre Basilio Gugliotta, 1938, Lombardo S., 1985)[8], posteriori alla mummificazione stessa, che attingono alla tradizione orale, anche se non è possibile confrontarle coi risultati di studi scientifici condotti sulle mummie, attualmente pressoché inesistenti. Dall’esame delle strutture architettoniche del locale della cripta della Chiesa Madre di Savoca, risulta che in essa veniva praticata la “scolatura” dei cadaveri, secondo la tecnica diffusa in Italia meridionale. L’esame diretto ha appurato anche altre forme di trattamento dei cadaveri mediante eviscerazione e decerebralizzazione.
La “camera di mummificazione”, in questa cripta è costituita da un ambiente sotterraneo di forma semi-circolare, ventilato da diverse feritoie ricavate nelle pareti. All’interno, sono ubicate le nicchie (10 in tutto). Queste, di forma semi-circolare, sono dotate di sedili di pietra, sui quali venivano posti a sedere i cadaveri da mummificare, fino a “scolatura” ultimata. Dei fori praticati sui sedili convogliavano gli umori e i liquami cadaverici in una conduttura di espurgo sottostante collegata a una fossa (o cisterna) di raccolta, posta sotto il pavimento di un secondo vano contiguo all’ambiente sopradescritto, di piccole dimensioni, a pianta rettangolare, e munito di piccole aperture, attualmente murate, per il passaggio dell’aria. All’interno della fossa si sono potuti notare, frammenti di ossa umane con attaccati brandelli di pelle e canalette di terracotta confluenti verso l’esterno, chiaro segno queste ultime della loro funzione di smaltimento dei liquami di raccolta. La terra di accumulo era, inoltre, scurissima, al pari dei terreni ricchi di sostanze organiche (come talora le sepolture a spazio pieno o i canali di scolo di alcuni scavi archeologici). Anche questo secondo vano è dotato di nicchie, sei in tutto, sulla cui destinazione d’uso si possono fare ipotesi diverse: forse per contenere i cadaveri in attesa del trattamento preventivo, prima della scolatura nella camera di mummificazione, o perché ricevessero gli ultimi ritocchi, a mummificazione avvenuta, prima del definitivo trasferimento nella cripta dei Cappuccini o per entrambi i tipi di operazioni. L’osservazione diretta conferma pertanto le affermazioni della tradizione orale che il vano suddetto serviva ai frati per espletarvi le varie operazioni di trattamento dei cadaveri. Quanto al metodo di mummificazione usato, il cadavere, dopo essere stato imbevuto per due giorni in una soluzione di aceto e sale, veniva posto sui sedili sopradescritti della camera di mummificazione perché, via via che procedeva la decomposizione, le viscere si colliquassero e venissero eliminate per via naturale attraverso l’orifizio anale, per poi confluire, attraverso il sistema di scolo accennato, nella fossa (o cisterna) del locale contiguo. Le correnti d’aria, il fresco dell’ambiente, l’effetto del sale e dell’aceto e l’azione di muffe presenti nell’ambiente stesso concorrevano a determinare l’essiccazione completa. A operazione ultimata, venivano recisi i tendini e i legamenti delle ginocchia e delle anche per raddrizzarlo. Si procedeva quindi alla vestizione e al successivo trasporto nella cripta dei Cappuccini. In qualche caso, nei tempi più antichi, era stata praticata l’eviscerazione, operazione che avveniva nel locale contiguo, dove il corpo, dopo essere stato aperto con un’ incisione dal petto al pube, veniva coricato su un tavolo con la faccia anteriore in giù, e le interiora venivano fatte cadere sulla cisterna. Dai riscontri suddetti, data anche la grande esperienza acquistata dai frati Cappuccini nella mummificazione, appare probabile, quindi, che in qualche caso anche a Savoca, come in altre località della Sicilia, i cadaveri, dopo essere stati disinfettati con una soluzione di sale e aceto, venissero privati degli organi interni e delle parti molli, e successivamente trattati con unguenti ed essenze perché i tessuti rimanessero elastici. In ultimo le cavità, toracica e addominale, venivano riempite con paglia e altre fibre vegetali, affinché la mummia conservasse lo «spessore naturale».
Ma la storia delle mummie di Savoca non finisce qui. All’incuria, alla trascuratezza e al degrado, seguiti anche dopo la sistemazione degli anni Cinquanta, di cui abbiamo sopra detto, fa seguito un atto vandalico perpetrato da ignoti nella notte tra il 7 e l’8 febbraio del 1985, in seguito al quale 15 delle 17 mummie esposte vennero imbrattate con vernice ad olio di colore verde. Una di queste è stata restaurata nel 1993 da un’ equipe di esperti incaricati dalla Sezione per i Beni Storico-Artistici dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali di Messina. Il restauro è consistito in una preventiva disinfezione e disinfestazione della mummia, attaccata da spore microbiche di micromiceti e con infestazioni di escrementi di topi e di insetti sugli abiti. A questa hanno fatto seguito la rimozione della vernice, il consolidamento e il fissaggio della desquamazione delle parti e il trattamento conservativo della mummia stessa, con somministrazione di sostanze micotiche ed antiparassitarie. Per la rimozione della vernice si è fatto ricorso non solo al trattamento con solventi adatti, ma, per le parti più difficili, anche alla microsabbiatura, tecnica particolarmente rischiosa per la conservazione del reperto. La vernice aveva, infatti, impregnato a fondo i pori del tessuto osseo. I risultati del trattamento, compiuto a titolo sperimentale, sono risultati pressoché soddisfacenti. Di rilievo il fatto che si tratta del primo del genere eseguito su una mummia. A restauro ultimato il corpo non è stato più ricollocato nella nicchia che precedentemente lo ospitava, ormai inidonea perché infestata da parassiti, ma in una cassa appositamente costruita e opportunamente trattata perché fosse resa antisettica, coperta da una lastra di vetro, dove è tuttora visibile ai visitatori. |