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Navari e la storia dello sbarco americano in Sicilia Stampa E-mail

FORTE DE MARMI. Nuove verità sullo sbarco in Sicilia del 1943 (la famosa Operazione Husky), e su Angiolino Navari, eroico Tenente di Forte, che la mattina del 10 luglio difese la piazza centrale di Gela, guadagnandosi sul campo la medaglia d'argento al valor militare, arrivano ora, grazie al libro dello storico Fabrizio Carloni: "Gela 1943.

 Le verità nascoste dello sbarco americano in Sicilia" (Mursia). La novità del volume è che non si tratta dell'ennesima ricostruzione sulla base di fonti ufficiali, ma è, invece, un'accurata indagine che ha riportato alla luce documenti inediti, oltre a recare testimonianze di sopravvissuti e testimoni diretti. «Angiolino Navari, eroe italiano della giornata del 10 luglio - scrive Carloni - scelse con determinazione di sacrificarsi per la Patria, in una fase della guerra, in cui la nazione stava morendo e con essa i suoi valori fondanti. Tutto questo e molto altro viene riferito in maniera documentata per la prima volta». Al libro, per la parte iconografica, ha dato una mano Roberto Navari, vicepresidente della Fondazione Vittorio Veneto: «Una lettura - commenta - che i nostri ragazzi e tanti fortemarmini dovrebbero compiere per conoscere meglio questo ragazzo giovanissimo, appena diplomato Maestro, che perse la vita in quei tragici giorni». Il libro di Carloni entra nei dettagli della storia di Angiolino Navari, che ormai anche al Forte i più conoscono pochissimo. Quella mattina - racconta il libro di Carloni - verso le 10, il tenente Navari, appena 25enne, morì per una fucilata nell'infuriare della battaglia, mentre stava uscendo dalla botola superiore del suo vecchio carro armato R35 per cercare di riavviarlo dopo che si era fermato per la seconda volta. E proprio uno di questi vecchi carri Renault, sequestrati ai francesi e arrivati all'esercito italiano per tramite dei tedeschi, fu motivo della fine di Navari, che nella battaglia era già rimasto solo. Carloni rammenta la storia familiare di Angiolino: innanzitutto Marietta Pardini, la mamma, poi Beppe (notissimo al Forte e scomparso pochi anni fa) che era il fratello maggiore e che con il babbo Agostino gestiva, in via Piave, un'avviata falegnameria, dove si fabbricavano con eguale perizia mobili e imbarcazioni. Secondo Carloni, Navari quella mattina ebbe una sorte di premonizione e invitò il suo attendente, Ivo Masoni, a consegnare i suoi effetti personali. E senza pensarci troppo si mise alla testa dei 12 carri italiani che scendevano da Nissemi, fino alla piazza centrale di Gela, dove l'attendeva il destino. L'attendente Masoni, venne successivamente al Forte per rispettare le ultime volontà del suo Tenente, e finì con il fermarsi qui, poiché in quell'occasione conobbe, e di lì a poco sposò, Maria Assunta, la sorella di Angiolino. «Un'ultima cosa - conclude, Roberto Navari - Angiolino era il suo vero nome anche se è erroneamente citato dappertutto come Angelo, compresa la lapide sulla piazza del pontile a lui dedicata e che, sarebbe l'ora venisse corretta!»
 
 

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