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Franco Enna un grande dimenticato |
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E’strano avere consumato scarpe sulle stesse basole, respirato la stessa aria densa di nebbia e non sapere quasi nulla di questo scrittore mio concittadino, l’ho conosciuto per caso e dopo un po’ di ricerche in varie librerie sono riuscito a comprare il racconto “L’occhio lungo” ripubblicato da Sellerio e forse la più bella creazione di Cannarozzo.
Questo è uno splendido giallo ambientato nella spietata Milano della seconda metà degli anni settanta, quella “Milano da bere” tormentata dai sequestri di persona e dalle manifestazioni giovanili, veloce, scorrevole e coinvolgente. La grande innovazione dei romanzi di Enna è tutta nel cambiamento delle regole che definivano i racconti del genere poliziesco, giallo, noire o dei “ delitti di carta” per usare una citazione di Luca Crovi , la creazione dell’investigatore, non più asettico, ma umano fatto di carne e di sentimenti. I suoi protagonisti sono uomini legati alla famiglia, alla propria terra, sensibili alle sventure altrui e al fascino femminile mai scontati o bigotti che si muovono e indagano in ambienti realmente riconoscibili, tanto metropolitani quando di provincia e basati su fatti di cronaca veramente accaduti che come specchio sociale e storico hanno segnato la mutazione dell’Italia di quegli anni, una scrittura semplice, immediata, scorrevole priva di fronzoli e ricercatezze linguistiche, estremamente moderna e comunicativa. L’occhio lungo è uno splendido romanzo sensibilmente autobiografico dove F.Enna ha riversato le preoccupazioni, i ricordi di un uomo al giro di boa, scritto nella piena maturità fisica e letteraria. Notevoli per semplicità ed efficacia alcuni piccoli passi da “L’occhio lungo” come la descrizione dell’incontro con la nebbia, appena arrivato a Milano, uguale alla caliginosa e impenetrabile atmosfera dell’inverno ennese “a paisana”, “il viluppo grigio che lo avvolse, punteggiato qua e là di buchi luminosi”, la descrizione del viaggio lento nei vecchi treni, carichi di speranze e odori, “di vecchio, di fumo, di antichi sudori umani”. Una stesura dinamica e veloce come la conclusione del romanzo, sono bastate appena otto righe per fare morire Fefè Sartori, cosi come si muore davvero con in fine lo splendido epitaffio, “Gli mancava il profumo delle rose”, termina in questo modo la saga del commissario Sartori che lo vide protagonista di cinque racconti scritti tra il 1971 e il 1979. Trovo inspiegabile, come l’opera questo scrittore multiforme e poliedrico sia potuta cadere nell’oblio e spero che ormai dopo avere contemplato l’iperuranio per tanti anni possa risorgere per il piacere di tanti giallofili. lucas |