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Il folcrore musicale siciliano Stampa E-mail

Il folclore musicale della Sicilia è il risultato, forse più che altrove, di complesse contaminazioni culturali. Dall'incontro della civiltà autoctona, già forte dell'esperienza greca delle colonie elleniche, con le civiltà via via succedutesi nella storia, da quella araba a quella spagnola, emerge uno straordinario proliferare di elaborazioni formali e di reinvenzioni stilistiche del patrimonio musicale. Il risultato è una molteplicità di espressioni così ricca ed eterogenea da non potersi rintracciare un rapporto di filiazione con i diversi repertori originari; tuttavia ne rimangono le tracce.

 

In particolare, la musica folklorica affida il suo perpetrarsi alla tradizione orale della comunità agro-pastorale che, nel caso specifico, interessa il territorio di tutta la Sicilia centrale. La tradizione orale, a differenza di quella scritta, risponde ad una pluralità di funzioni di più ampio significato sociale e culturale. La funzione, legata ad occasioni lavorative, religiose e rituali, festive e d'intrattenimento, familiari e ricreative, determina e condiziona le modalità espressive, i repertori, gli stili.
I repertori poetico-musicali sono solidamente strutturati ai diversi contesti lavorativi relativi alla vocazione del territorio qui considerato: agricolo (coltivazione del grano, vite, olivo), commerciale (carrettieri, venditori ambulanti), pastorale (allevamento di bovini, ovini e caprini), industriale (miniere). In essi, la funzione della musica risponde a due esigenze primarie: di induzione e facilitazione del lavoro da un lato e di consolidamento dei rapporti sociali dall'altro. Il canto può essere infatti intonato sia durante il lavoro che nelle pause, che in momenti ricreativi.
L’ attività musicale relativa all'agricoltura è essenzialmente di tipo vocale. Il canto intonato durante l'attività lavorativa svolge una funzione euritmica, comune a tutti i canti di lavoro, ossia di facilitazione dell'attività motoria durante il lavoro. Per questo il piano dell'espressività ritmica della melodia è privilegiato rispetto a quello del contenuto. Durante le pause, al canto può aggiungersi l'accompagnamento di uno o più strumenti come il marranzanu (scacciapensieri) o il tammurrinu (tamburello). Alcuni studiosi della musica popolare siciliana come Leopoldo Mastrigli, attestano la presenza di danze e musiche, durante la mietitura, volute dal padrone del podere per rinvigorire i contadini stanchi.
I canti della mietitura musicalmente presentano strofe, distici o terzine, di endecasillabi. Il contenuto è generalmente religioso, invocante la protezione divina, o del santo protettore, per augurare un buon raccolto o per ringraziare in caso di esito positivo. La melodia si muove su note lunghe e legate, d'impianto modale. Il ritmo è libero perché variabile rispetto al tipo di gesto e all'intensità con cui si svolge; la linea melodica è melismatica, ricca di ornamenti e fioriture cromatiche. La metrica, spesso imprecisata anche se riconducibile alla forma dell'endecasillabo riunito in distici, terzine, quartine, non è in funzione dell'accento tonico della parola, ma di quello espressivo del suono. E' il testo ad essere in funzione della musica e non viceversa. Per adattare più facilmente le parole ad un ritmo melodico che varia a seconda del gesto cui si lega, si aggiungono congiunzioni o si ripete parte del verso precedente.
I canti della trebbiatura (o pisatura) sono simili a quelli sopra descritti. Si eseguivano, fino agli anni '70 circa, durante la battitura dei covoni di grano sparsi nell'aia. Al centro di essa un contadino teneva con una fune uno-due muli o cavalli che, con percorso circolare, calpestavano le spighe dividendo il grano dalla paglia. Il cavallo veniva fatto girare mezz'ora in un senso e mezz'ora nell'altro. Il contadino gli rivolgeva la frase "ah, guarda a mia!", per invertire il senso di marcia. A differenza dei primi, il contenuto verbale di questi canti presenta forme d'incitamento all'animale, che diventa interlocutore e destinatario di motti, lusinghe, promesse, nonché motivo di sfida e rivalsa nei confronti dei pisaturi dell'aia vicina, con cui si instauravano vere e proprie gare di velocità.
I canti della vendemmia e della raccolta delle olive erano, nell'area considerata, concentrati nella zona a nord di Enna, tra Leonforte, Assoro, Nissoria, dove la coltivazione della vite e dell'olivo è più estesa. Questi canti venivano eseguiti principalmente da donne che, insieme alle invocazioni religiose, intonavano canti d'amore. La polivocalità, canto a più voci, è la forma maggiormente diffusa in questo genere musicale che, non avendo una struttura formale omogenea né nell'espressione né nel contenuto, può variare e durare a seconda del tempo necessario allo svolgersi del lavoro. La tecnica esecutiva (uso della voce, tecniche di emissione vocale, modalità interpretativa), risulta emergente rispetto alla "bellezza" melodica. Ricorda Leopoldo Mastrigli, studioso di musica popolare siciliana, che "Nei lavori agricoli in cui prendono parte uomini e donne suol nascere nel cantare una certa nobil gara tra gli uomini e le donne d'una medesima brigata. Cotesta gara è detta: stagghiari li canzuni e consiste nel cantare subito tutto il rimanente della canzone , non appena altri ne abbia intonata le prime strofe".
I canti dei carrettieri (alla carrittera). Questi canti venivano intonati mentre si guidava il carro o anche presso i funnachi, dimore provvisorie di sosta situate nei pressi dei campi. Vi albergavano uomini e animali trascorrendo insieme anche l'intera notte. Tra le qualità espressive di questo genere musicale spicca il carattere di sfida: intonando melodie del genere degli stornelli, strambotti, rispetti, i carrettieri esponevano il proprio canto esortando il compagno di viaggio, posto su un altro carro, ad intraprendere una sfida canora. Non essendo legato ad uno specifico ritmo lavorativo, se non l'andamento del cavallo o il ritmo delle boccole, sorta di coni metallici fissati sulle ruote del carro per produrre un suono ritmico, i carrettieri hanno a disposizione un repertorio vasto ed eterogeneo. La forma strofico-musicale più diffusa è il distico (detto in siciliano sirba o cibba) di endecasillabi, che si presta alla modalità di botta e risposta. Questa coppia monostrofica di versi lirici rappresenta il nucleo dal quale si elaborano strofe più lunghe (terzine, quartine, ottave, etc) e costituisce, col nome di canto lirico-monostrofico, il tipo melodico più diffuso, non solo in Sicilia, ma in tutta l'area mediterranea (distinto dal canto epico-narrativo diffuso nell'Italia settentrionale gallo-italica). Ne fanno parte stornelli, strambotti, rispetti, che, in Sicilia, prendono il nome di ciuri, muttetti, dubbi. Questi ultimi costituisco delle vere e proprie tenzoni canore che gli sfidanti "poeti" affrontano, oltre che sui carri, in occasioni ricreative.
In particolare gli stornelli rappresentano la forma poetico-musicale più diffusa durante le occasioni ricreative e d'intrattenimento; vi sono stornelli per ogni occasione (serenate, sfide, feste, nozze) e dedicati ad ogni categoria di persona: fidanzati, novelli sposi, mariti, mogli, suocere. I caratteri ludico-agonistico degli stornelli di sfida ed erotico-allusivo di quelli d'amore sono predominanti al punto che ogni paese affina un suo proprio modo di "stornellare".
Lo strumento d'accompagnamento è; in genere; la fisarmonica o l'organetto, ma può esserlo anche l'armonica a bocca, il tamburello, il marranzanu (scacciapensieri), la chitarra o altri strumenti al momento disponibili.
La musica strumentale è espressione propria dei repertori legati alla pastorizia. I pastori, a differenza delle categorie di lavoratori sopra menzionati, non cantano ma, nelle lunghe ore di sosta nei pascoli, costruiscono, oltre che utensili per la pastorizia, strumenti musicali. A differenza dell’ agricoltore che ha sempre le braccia impegnate, il pastore sviluppa la sua manualità costruendo strumenti fittili, come i flauti di canna, ma anche affinando tecniche di costruzione più complesse, come per la fabbricazione della ciaramella.
Il friscalettu è il flauto dritto, a becco, forgiato con canna di cui il pastore sceglie le dimensioni a seconda del tipo di flauto che intende costruire, dall'intonazione acuta con canna piccola a quella grave con canna più lunga e grande.
La ciaramedda è la zampogna siciliana formata da un'otre da cui si dipartono quattro tubi in legno con imboccatura ad ancia doppia e padiglione a campana.
E' possibile trovare ancor'oggi pastori che costruiscono strumenti musicali, così come non si è persa la tradizione di intagliare il legno per ornare collari per bestiame e bastoni pastorali.
I canti dei minatori, di più recente formazione, sono musicalmente meno significativi dei precedenti in quanto la musica, che attinge alla canzone popolare siciliana più diffusa, risulta subordinata al contenuto del testo verbale. I testi, suggestivi ed efficaci nel comunicare e denunciare una condizione di vita e di lavoro precari, si muovono tra il lirismo malinconico e la denuncia sociale. Ai diversi stati espressivi del contenuto corrisponde una melodia ora malinconica (in minore), ora vivace, con ritmo ternario e tonalità maggiore. Nella maggior parte dei casi i canti venivano intonati durante il tragitto di andata e ritorno dalla miniera, nelle pause lavorative, o rappresentavano un momento di socializzazione in luoghi di ritrovo: il bar, l'osteria, il circolo, la piazza. Organizzati in circoli (Assoro, Enna, Valguarnera, Piazza Armerina, Villarosa, Aidone), oggi sono pochi i minatori che ricordano i canti; preferiscono ribadire la loro devozione a S. Barbara, protettrice di "coloro che adoperano polvere da sparo".
La devozione ai Santi e alla Sacra Famiglia è profonda e sentita in tutto il tessuto sociale e si manifesta, ancora oggi, con forme arcaiche d'espressione musicale.
La più antica forma di canto religioso è la lamentanza o ladata, intonato in occasione della processione del Giovedì e Venerdì Santo, solennemente celebrati in tutta l'area considerata. Solo poche comunità (particolarmente interessanti sono i lamenti eseguiti ad Aidone e a Piazza Armerina), conservano quasi intatto un canto tanto arcaico, la cui espressività risulta in stridente contrasto con il canto religioso e liturgico della chiesa ufficiale.
La diversità stilistica delle lamentanze con i canti dei comuni fedeli si riflette in una distanza culturale che, a volte, si traduce in vero e proprio contrasto tra rappresentante della chiesa (il parroco) e quello della confraternita: il primo tende a limitare l'esecuzione di tali canti al di fuori della chiesa, la confraternita ribadisce la libertà di poterli eseguire nella propria parrocchia, mantenendo con cura una tradizione tramandata da tempi immemorabili. I cantori di ogni confraternita, tutte maschili, intonano i canti durante la visita ai sepolcri del Giovedì e la processione del Venerdì Santo.
E' nelle espressioni musicali-rituali che risulta più facile rintracciare un rapporto di filiazione con forme analoghe asiatiche (Medioriente) importate dai greci nelle colonie della Magna Grecia. Nelle lamentanze lo schema responsoriale voce solista-coro, ricorda quello del coreuta-coro dei riti dionisiaci dell'antica Grecia. Sul piano semantico, il lamento per il Cristo morto, nel suo significato di pianto funebre, ricorda l'analoga usanza praticata nel culto di Adone in Magna Grecia e derivata dalle popolazioni semitiche di Siria e Babilonia. Riferisce a questo proposito James G Frazer ne Il ramo d'oro, che, durante la celebrazione della morte di Adone, ogni primavera, le donne seguivano il feretro intonando lamenti funebri. Musicalmente poi, questo canto religioso si articola su scale modali il cui uso, attivo per secoli nel canto gregoriano e derivante dalla messa a punto dell'armonia modale greca, è ancora vivo presso gran parte della musica folklorica dell'area mediterranea. Nel testo poetico l'uso del gallo-italico, sopravvivenza linguistica della dominazione lombarda, attesta ancora il carattere arcaico di questo tipo di canto.
Altre sono le occasioni per sottolineare, attraverso la forma musicale, momenti salienti della vita dell'individuo, riti di passaggio la cui corretta celebrazione scongiura il pericolo di una "crisi della presenza" individuale, ristabilendo l'equilibrio necessario per l'esistenza della comunità.
Così la nascita anticamente veniva celebrata accogliendo la levatrice all'uscita della casa al suono di tamburi e con lo sparo di mortaretti. Il frastuono, qui come in altre occasioni, ha funzione apotropaica, allontana gli spiriti maligni che potrebbero danneggiare il nuovo venuto. Una tradizione ancora viva è invece quella delle ninne-nanne in cui, non essendo mutato il contesto esecutivo, si ripropone un'antica tradizione orale.
Le nozze, come già accennato, sono occasione, oltre che sacrale e rituale, anche ludica, dove non mancano lazzi e scherzi a danno degli sposi. Musicalmente i canti di nozze hanno la forma dello stornello o della canzone, con strofa e ritornello, dal ritmo vivace e impianto tonale maggiore. Oltre alla celebrazione degli sposi, invocazioni alla loro felicità e prosperità futura, i testi contengono doppi sensi ed allusioni sessuali.
La morte è il momento massimo della crisi della presenza, in cui l'ordine quotidiano è sconvolto da un evento destabilizzante e fortemente irrelato. I lamenti funebri, di cui le lamentanze possono dirsi una tipologia, in quanto "lamento per la morte del Signore", affondano le radici in pratiche cinesico-musicali che si trovano simili in antiche civiltà, greca ed araba, con cui la Sicilia ha convissuto per secoli. L'impianto melodico del lamento è discendente, con nota iniziale che parte da un IV° o V° grado per scendere sulla tonica.
Accanto a queste forme arcaiche di canto religioso vi sono le 'raziuni o 'raziunedde, orazioni o preghiere cantate, per celebrare la devozione al santo patrono. Tra le più diffuse vi sono quelle per San Giuseppe, San Calogero, San Stanislao (vedi testo feste).A proposito di queste ultime riferisce Alberto Favara, nel suo "Corpus di musica popolare siciliana", che: "la melodia della Razioni è così triste, così dolorosa nei suoi melismi singhiozzanti e nelle sue lunghe cadenze doriche, che le popolane di Palermo le chiamano 'tirrurusa': il canto che atterrisce. Essa è di cattivo presagio per i fanciulli ammalati, ed il meglio è non cantarla, come se non esistesse".
Dell'espressività orale fanno parte repertori non propriamente musicali: poesie, filastrocche, proverbi, indovinelli, preghiere, invocazioni, scongiuri., con modalità esecutive che vanno dal parlato al gridato al cantato. Sono molto interessanti le forme verbali con cui, le donne che panificano in occasioni delle feste patronali, si rivolgono ai propri pupiddi votivi.
Al di fuori della produzione poetico-musicale siciliana, esiste un vasto repertorio di modalità performative sonore come i richiami, i frastuoni, le acclamazioni.
I richiami possono essere prodotti con suoni-segnale che assumono il valore di emblema sonoro. Tra i più significativi le campane delle chiese e lo scampanio degli armenti. Nella sfera fonosimbolica si attribuisce valore benefico e scongiuratorio al suono dei metalli, con cui si forgiano campane e campanelli, contro temporali, fulmini, maltempo. Nei giorni della Settimana Santa le campane, a lutto, vengono sostituite con strumenti in legno (crepitacolo o tabella detto scattiola), con valore segnaletico per regolare i movimenti dei simulacri nelle processioni, ma anche per chiamare i fedeli al rito.. Valore augurale e propiziatorio è attribuito al frastuono come spari di armi da fuoco e fuochi artificiali. Nei riti della Settimana Santa, il frastuono rappresenta simbolicamente il caos cosmico, sociale ed umano, della morte del Dio salvatore".
 
 

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