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Il dialetto siciliano.. che boom Stampa E-mail
Fino a qualche anno fa, nessuno avrebbe avuto dubbi: è Andrea Camilleri il patrocinatore della rinascita del dialetto siciliano, una piccola rivincita che gli isolani si prendono dopo quasi ottocento anni, hanno aspettato sul greto del fiume…e poi è arrivato Andrea Camilleri.

Il primato del volgare isolano, “rubato” alla Sicilia da Dante Alighieri e da alcuni suoi accoliti, non può essere riconquistato, ma il gergo siciliano compete magnificamente con le “parlate” popolari, come il romanesco, il fiorentino, il nostro dialetto finalmente è stato dissequestrato, non piu’ solo spot tv e macchiette.
 Gli italiani lo leggono, lo capiscono, lo accolgono con interesse, ci vanno una risata sopra.
Ma l’influenza del siciliano sulla lingua italiana ha compiuto un autentico balzo dopo la cattura di Bernardo Provenzano. I suoi pizzini sono stati letti quanto i libri di Camilleri ma con più attenzione, e sono diventati patrimonio dell’umanità.

Non c’è giornale che non faccia riferimento ai “pizzini”, al loro contenuto ed alle controverse abitudini contadine di Bernardo Provenzano. Il siciliano oggi insidia il latino in quanto a citazioni.

Se il latino è prova di un atteggiamento colto ed un eloquio forbito, il siciliano è testimonianza di arguzia, padronanza degli eventi.Camilleri continua a rimanere in testa alle vendite nelle librerie ma deve accontentarsi del secondo posto, dopo Bernardo Provengano, nelle citazioni. Decisivo ci è parso l’episodio recente svoltosi alla Camera dei Deputati durante la discussione sulla fiducia al governo.

Silvio Berlusconi ha inviato due “pizzini” - per l’appunto pizzini e non biglietti, appunti, foglietti - su cui aveva scritto una spiritosa espressione del tipo: grazie per essere rimaste in Aula, ma ora potete andar via se avete appuntamenti galanti.

Le due deputate hanno risposto, a loro volta con un pizzino: noi accettiamo appuntamenti galanti solo dal Presidente. Intelligenti pauca? (pardon, citazione in latino). Nient’affatto, il Cavaliere suscita attenzioni e rimpianti a prescindere dalle sue intenzioni. E’ un vecchio tombeur de femme, uno sciupafemmine in esilio. Ha appeso la bandana al chiodo, insomma.

La signora Veronica, autorevole first lady, sarebbe stata sul punto di inviare un suo pizzino, a sua volta, dopo l’ammiccante riscontro delle due deputate (una delle quali, siciliana). Avrebbe voluto sferrare la sua botta di mastro, insomma. “Chi fa un panaru ni fa centu”: colui che è capace di farne una, ne fa tante, avrebbe pensato, promettendo a se stessa che prima o poi avrebbe provveduto a “nfrittari” il marito galante. Che vuol dire: “fare entrare il furetto nella tana”, oppure: “lasciare fuori il furetto”.

Il dialetto siciliano conserva, infatti, una santa ambiguità, che permette di non esporsi troppo, perché “munnu è e munnu sarà”. Ma questa non ve la spiego.
 
 

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