|
Era abbastanza scontato che l’Italia potesse scegliere“Baarìa” per correre agli Oscar 2010. L’anno scorso “Gomorra”, che avrebbe meritato la statuetta, finì azzoppato per la scarsa forza di penetrazione della sua casa di produzione e distribuzione.
“Baarìa” ha dietro la potente Medusa, che ha speso 25 milioni di euro, e sicuramente ha messo in conto altre cifre da investire nella promozione pre nomination. Un Oscar, oltre ad aggiungere prestigio, moltiplica la vita economica di un film: un sacrificio è un rischio da correre. Auguri, Tornatore. Baarìa è dunque una storia corale di italianità sudista, un affresco di lotte e conquiste, di amori e utopie, un respiro epico che copre oltre cinquant’anni di Storia e storie minime, un sontuoso gioco della memoria affastellato di figure cariche di umanità e ironia non può non piacere agli americani. Tornatore ha già fatto il pieno 21 anni fa con “Nuovo Cinema Paradiso”, di cui “Baarìa” è uno sviluppo adulto e maturo, e a cercare il bis ci ha già provato due volte, con “L’uomo delle stelle” e “La sconosciuta” (quest’ultimo non arrivato nella cinquina finale). Ma stavolta le sensazioni sono più che positive. Solo coincidenze? Assodato che il Tornatore è il nostro regista ormai più internazionale, dotato di un talento visivo e un istinto da narratore popolare che fa centro anche oltre i confini della penisola, il suo kolossal ha una forza trasversale, quella capacità di parlare di un microcosmo – il suo paesino siciliano – così simile a tante periferie del mondo, raccontando però umori e sapori universali. Insieme, giova ripeterlo, alla descrizione dell’italiano post dopoguerra che – potenza e retaggio del neorealismo – ha creato un immaginario a senso unico nella testa degli stranieri. E infatti, tre anni dopo l’Oscar a “Nuovo Cinema Paradiso”, l’Italia beccò a sorpresa la statuetta per il miglior film straniero con l’outsider “Mediterraneo” di Gabriele Salvatores: guarda caso un drappello di disperati soldati italiani, in missione su un’isoletta greca nel 1941, dove rimangono per tre anni, dimenticati da tutto e da tutti; e lì, da novelli straccioni, cercano di imparare a vivere praticando l’italica arte di arrangiarsi. Dentro c’erano anche la metafora dell’istinto di ribellione, della voglia di fuga, l’amicizia virile, tutti temi cari al cinema americano, che ritroviamo, assieme ad altri cento argomenti, anche più nobili, diluiti e rinforzati nei 156 minuti di “Baarìa”. Certo, due più due al cinema non fa mai quattro, tantomeno in una gara come l’Oscar dove gli interessi extrafilmici spesso contano assai meno della qualità (inutile fare elenchi, certe edizioni e certe dimenticanze sono state scandalose). Il kolossal di Tornatore ha le carte in regola per andare fino in fondo ma la partita da giocare è anche un’altra, adesso: la lunga seduzione dei votanti, un assalto fatto di proiezioni, incontri, cene, eventi negli Stati Uniti. |